dà una lieve vertigine il cambiamento di umore nel territorio dell’arroganza perché a volte si è buoni pur rimanendo arroganti mentre si vorrebbe essere sempre implacabili, e il furore della musica mai e mai si temperi; non è facile nemmeno per me che osservo la natura umana pur non amandola credere che la sapienza e la conoscenza non bastino a salvare la propria vita dagli impietosi mostri dell’imbecillità più tormentosa.
la tormentosa sentenza è di stamani: «una sorta di idolatria della scienza opportunamente insaporita da un libertarismo da cubiste è così divenuta la versione aggiornata e dominante del progressismo e del politicamente corretto nostrani. invano, da noi, si cercherebbe un habermas, un gauchet, un didier sicard che animano di dubbi e di domande la discussione in altri paesi. i fari dello spirito pubblico italiano sono ormai umberto veronesi e piergiorgio odifreddi. tutto il resto è silenzio.» da cui ne discende quest’altra: «la dimensione religiosa e la chiesa sono rimaste di fatto le sole voci significative a obiettare e a parlare una lingua diversa.»
eccola la cultura del possibile, quella che anima il dubbio, la cultura del telecomando che ti spinge verso il giusto sentire, la cultura dell’offerta secondo cui si può scegliere e semmai cambiare canale, si può modulare la propria spiritualità secondo necessità. ma cambiare canale o cambiare quotidiano non impedisce affatto di sapere che quel che si è apparentemente evitato continua a esserci, e a verminare. e non c’è odio più grande di quello verso chi crede di farti del bene: «come devi essere infelice tu, senza fede». chi prova odio infinito per le persone è un miserabile, certo, l’odio va provato per il pensiero (o non-pensiero) che le persone hanno scelto di rappresentare. che la sapienza renda immuni dall’imbecillità è un mito da sfatare: non è la conoscenza che ci rende liberi ma la grazia. la grazia è un dono, è quel dono che non ci fa sbagliare mai nell’identificare l’imbecille tormentoso, o anche imbecille maligno. il metastatico. purtroppo il più frequente. dagli ospedali alle aule di giustizia, dalle scuole ai partiti, dalle cattedre universitarie al salumiere sotto casa, dietro il bancone delle poste l’imbecille maligno o metastatico imperversa rendendo atroce la nostra esistenza. quando troviamo un imbecille che cedendo ad una sorta di pietà potremmo definire trascurabile egli va in realtà trattato alla stessa stregua dell’imbecille metastatico. perché ogni traccia di imbecille è legata alla madrepatria, l’alimenta e ne è alimentata. presto o tardi infatti, in determinate circostanze e scenari, l’imbecille trascurabile diventerà maligno.
mercoledì, 13 febbraio 2008
lunga postilla: colpevole l'illuminante e laconico intervento di karlkraus (con il quale condivido molte posizioni chiamiamole così ideologiche – per quanto la parola mi dia l'orticaria) apparso tra i commenti, ho urgenza di precisare che sebbene io abbia detto in un commento al post precedente che la meraviglia dovrebbe essere destinata a ciò che di sé rivela che non fu mai prima rivelato, non di meraviglia si parla per egdl, giacché egli non ha rivelato granché di nuovo rispetto alla cialtronaggine. imbecille o cialtrone che sia, che può rivelare l’imbecille oltre allo schema della commedia dell'arte, della barzelletta (che pure ha una sua dignità di scrittura, sostiene mamet), della recita della propria partitura pinocchiesca? l’imbecille, che di per sé è sempre fastidioso, deve la sua formazione a un humus di risulta, una fanghiglia assai produttiva che ne denota i vari livelli di specializzazione: l’imbecille che per affinarsi ha letto, l’imbecille in termini assoluti la cui pericolosità è conclamata, l’imbecille improvviso e imprevedibile. ciò che distingue l’imbecille -il suo tratto caratterizzante- è la distorsione dell'immagine di sé: per un meccanismo di autoconservazione della specie (quella umana ha tentato a volte di liberarsene) l’imbecille potrebbe essere attraversato dal pensiero di essere un imbecille ma l’idea è prontamente respinta con un semplice meccanismo dalla duplice valenza, il transfert e la paranoia. la plaga dell’imbecille è pertanto vastissima, e ha intaccato in modo irreversibile il mondo della politica, della cultura, della società incivile con punte d'eccellenza in certe parti d'italia, in certe regioni, in certe città. come il supertopo sfuggito agli esperimenti, incattivito (tratto non nuovo ma un tempo leggermente regressivo nell’imbecille) dalla persecuzione volte(ai)rriana, l’imbecille ha contratto, grazie a incroci genetici di adattabilità, una quasi invincibilità. come direbbe lo ian holm di alien, la sua aggressività è pari solo alla sua perfezione strutturale. è ovvio che paia destinato a sopraffare la specie antagonista, indebolita, sfuggente, la cui chiusa consorteria ne pregiudica incroci benèfici di tipo genetico. ribadisco perciò: dall’imbecille assoluto e planetario (bush), fino all'infimo imbecille di blog (per non dire dei socialcosi, «ah, la proletarizzazione dell'adsl, signora mia») o di cattedra il colore politico non c’entra perché il modus operandi è lo stesso, istintivo ma allo stesso tempo strategico con un unico risultante: il danno della prossimità altra, fino al congiungimento omologo totale. un disegno ancora misterioso chiama infatti irresistibilmente gli imbecilli di tutti i pianeti come un magnete a unirsi togliendo spazio vitale all'antagonista. sembra sia dovuto a una proteina della membrana cellulare (l’imbecille infatti è imbecille fin nelle più remote cellule e apparati) che percepisce l'alterità e l'omologabilità… la strategia è quella delle cellule cancerose che si esplica attraverso un rna messaggero sul dna dell'antagonista. cure? nessuna, parrebbe. invece c'è: l'indifferenza.
viaggio nel territorio dell’imbecillità metastatica (frenfìd edition)
06 martedì set 2011
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